martedì 21 aprile 2009

secondo giorno di primavera inglese

Pensierosa rivendicazione del diritto ad abbassare la guardia, ovvero la pigrizia del martedì pomeriggio.

Siamo cresciute pensando che di combattere quasi non ci fosse più bisogno. Che l’uguaglianza, la parità fossero già parole vecchie, consumate, e che anzi, nella morbidezza un po’ indolente della fine degli anni Novanta, bisognasse invece riscoprire la nostra femminilità, la cui traduzione non può che essere fare le torte, mettersi lo smalto, partorire a casa magari, allattare senza sforzo, e tornare al lavoro sorridenti, senza sbagliare. Intere, si diceva. In effetti, era il nostro stesso desiderio. Semplicemente, tutto: e non portato in dote dal classico colpo di fortuna, ma il tutto che potevamo chiedere, pretendere, spremere da noi stesse.

E oggi mi guardo intorno e trovo difficile spiegare per bene la sensazione di come anche questo sia, a suo modo, ancora combattere per il minimo sindacale. Di come sull’appartenenza di genere giochino modelli ancora così aggressivi e sottili, come la voce di una suora incazzata.

Difficile anche, però, non vedere che nel dipartimento universitario in cui studio, ad esempio, le dottorande sono quasi tutte donne, e i professori, i ricercatori, quelli con il posto, per capirci, posto che include il diritto al colpo di sonno durante le presentazioni e  a parlare ogni tanto anche a vanvera, quelli siano tutti inevitabilmente uomini.

Certamente tra dieci anni sarà diverso, ho pensato il primo giorno. Ma poi ho ripetuto questa frase a una delle poche professoresse che si avvia alla cinquantina, occhi vivaci e modi franchi, e lei si è addolcita, ha sorriso, e ha detto solo “speriamo”. Di solito, mi dicono personaggio combattivo. “Speriamo”.

La verità è che io non sono una creatura completa. Non riesco a fare tutto. Anche a me viene sonno durante le presentazioni, ho gli occhi pesti e nessuna voglia di truccarmi se la sera vado a dormire tardi, non sono poi così brava a fare le torte, e vorrei partorire soffrendo il minimo, quando sarà. Non sono più brava a fare il mio lavoro di tanti ragazzi che ho conosciuto. Non sono nemmeno peggio: ma la mia attività intellettuale, la mia tenacia, la mia passione, le mie energie sono quelle di un essere umano medio, credo, non quelle di una creatura bionica. E, lo stesso, credo di meritarmi tutto il possibile, esattamente lo stesso che credo si meriti ogni essere umano che si sforzi di condurre un’esistenza decente, onesta, talvolta perfino generosa: il rispetto, un posto di lavoro che mi permetta di dare spazio a pensieri e idee, una certa soglia di tolleranza per i miei limiti. Cose così.

Non lo so. Oggi sono spaventata dalle super donne; diffido di quelle che dicono che bisogna essere brave il doppio e, se ci fate caso, lo dicono con un malcelato gusto; potrei arrivare a insospettirmi davanti a una torta troppo buona; e ho invece immensa tenerezza e persino stima per gli sbadigli, gli inciampi, il coraggio di non dimostrare nulla se non quel che si è, e le cene precotte.

martedì 7 aprile 2009

terze a nessuno

Lei non distoglie lo sguardo.
Lo pianta nella telecamera e non parla al giovane americano di belle speranze che sta raccontando questo Paese come se raccontasse della peggio tribù di ignoranti.
Parla a tutti, a noi.
La signora ha una quarantina d'anni mal portati e un italiano quasi impeccabile. Un italiano con leggero accento romano e parole semplici e dure, adatte alla persona che è. La signora parla delle sue mani, quasi alle sue mani. "Queste non sono mani delicate - dice la signora. Queste sono mani che hanno lavorato". 
Le mani della signora per lavoro frugano tra i rifiuti nei cassonetti della città, poco più in basso; cercano tra quello che la città più in basso butta via anche se non era necessario buttarlo. 
Le mani della signora trovano quel che non era necessario buttare, lo trasportano fino alla sua città - quella più in alto -, lo ripuliscono, lo rimettono in sesto. Lo vendono nel mercatino della domenica, dove le due città si incontrano.
La signora è arrabbiata. Eppure non inveisce. Sembrerebbe rassegnata, non fosse per quegli occhi fissi dentro l'obbiettivo. La signora non sbaglia le parole, parla spedita, sceglie quelle giuste proprio come le sue mani scelgono gli oggetti che non meritavano di essere buttati.
La signora è anche un po' impaurita. Teme per i figli suoi e dei suoi figli, per la sua gente che abita la città più in alto, per un futuro che non ci sarà mai e perchè, dalla città più in basso, non arrivano segni amichevoli, no di certo.
C'è una guerra in corso da sempre, contro la signora e il suo popolo. I vincitori sono sempre gli stessi, così come i vinti.
Però, a sentire la voce ferma della signora, viene voglia di sperare.

Viene voglia di credere che un giorno il campo di Monte Mario non avrà più motivo di esserci e che coloro che oggi vi sono rinchiusi avranno la possibilità di scegliere.

martedì 31 marzo 2009

donne del mondo



"le vie dei mercati", di Gianna Onfiani

martedì 24 marzo 2009

lettera alle madri

Ci avete insegnato che avremmo potuto fare qualsiasi cosa. Forti delle vostre vittorie, ci avete assicurato che nessuna strada ci sarebbe stata preclusa e che non avremmo mai più vissuto i tempi delle nostre nonne, tempi di focolari e campi e figli e uomini da badare. Tutta la fatica fatta, fatta per noi e per voi che siete le nostre figlie – dicevate – non sarà mai invano: mettiamo nelle vostre mani una parte di cammino spianata. Il resto sta a voi: studiate, pensate, progettate, metteteci tutta la volontà che vi abbiamo trasmesso, e ogni porta vi sarà aperta.

È così che siamo cresciute, costruendo pensiero dopo pensiero il nostro futuro di donne immerse nella contemporaneità, indipendenti, capaci, preparate, attive, volitive e profonde. Donne piene, saremmo state, donne intere; avremmo riscattato i sogni incompiuti delle nostre nonne, e realizzato tutti quelli che le generazioni passate pensavano impossibili. Avremmo lavorato per passione, prima ancora che per necessità; avremmo vissuto orizzonti larghissimi, sperimentato il mondo, utilizzato la nostra intelligenza e la caparbietà dei nostri giovani anni.
Questi sono i pensieri di cui si sono nutriti i miei anni di studio.
Pensieri così forti da non poter essere accantonati, nemmeno adesso, che i giorni e le politiche e le economie e tutte queste strane macchine che non avevate previsto, e da cui quindi non ci avete messo in guardia, si accaniscono e ci ripetono che questi ‘pensieri’ sono i sogni di eterne bambine, e che la realtà risiede ben altrove.

Ma ho imparato che bisogna combattere, e che i sogni sono diritti inalienabili. Più il mondo intorno cerca di sottrarmeli, più mi accanisco.
Sono in guerra, e questo non è un compromesso da poco; eppure mi sembra, adesso, che non ci sia altra via. Ho deciso che devo resistere, e che quello che spero per me non vale meno di quello che voi, le nostre mamme, speravate per voi stesse. È un’altra fase della stessa battaglia.
Sono una donna e quindi non mi do per vinta.
Perché, come dice Alice Walker, we are not victims: we’re survivors!

domenica 22 marzo 2009

l'amore vivente

Quando un amore è finito
sempre qualcuno ne scrive
la leggenda
il tutto si ricompone
in un ritratto a cornice
preziosa

L'amore presente invece
già con il buongiorno si fa avanti
assonnato e spettinato
si incupisce per ogni
ritardo
dubita sempre ha indecorose
perfidie
graffia con domestiche unghiette:
è l'amore vivente
bisognoso sempre
d'essere perdonato

Rossana Roberti

mercoledì 18 marzo 2009

L'epoca delle illusioni

C'era una volta un tempo in cui non si parlava d'altro.
Le amiche arrivavano a metà pomeriggio, subito dopo i compiti; senza bisogno di dirselo, si sgattaiolava veloci verso il luogo deputato: la cameretta, la mansarda... 
E si aprivano le danze. Niente convenevoli, niente frasi introduttive. 
Si saltava a pie' pari nell'argomento: "i ragazzi".
Chi aveva detto cosa a chi, chi aveva passato la sera con chi, cosa ne pensava Tizio, cosa ne aveva detto Caio... l'argomento era inesauribile, le letture possibili infinite, le sfaccettature tanto numerose da sfiorare l'insondabile.
"I ragazzi" erano una fonte mai arsa di chiacchiere, ipotesi, risate, illazioni, speranze, progetti e stratagemmi. 
Erano esseri complicati, ai nostri occhi. E passare le ore a cercare di districarne i comportamenti era il nostro passatempo preferito; di più, era un lavoro full time, come non ne avremmo avuti mai più.
Sembrava che dovesse durare in eterno, questo tempo. Finchè...

Finchè tutte, ciascuna secondo i propri tempi, cominciammo ad avere dei "ragazzi" una visione più da vicino.
Spezzatosi l'incantesimo, l'arcano si svelò - chiaro, chiarissimo - ai nostri occhi non più teenageriali: non c'era niente da capire.
Scoprimmo che, mentre noi allora congetturavamo su di loro, loro giocavano a calcetto, cominciavano a fumare, sbavavano per scarpe da ginnastica bioniche, e andavano fieri del loro puzzare come capre.
Scoprimmo che non c'era molto da scoprire, e che così sarebbe stato per sempre.
Fu così che cominciammo a pensare ad altro. 
E vivemmo felici e contente.

martedì 17 marzo 2009

volevo fare la parrucchiera

Dopo l'ennesima proposta di lavoro da urlo; 
dopo aver assistito all'ennesima manifestazione degli studenti di medicina contro la denuncia dei clandestini;
dopo aver sprecato l'ennesimo pomeriggio a vagare invano per negozi;
dopo aver raggiunto per l'ennesima volta la conclusione che, ad aver dato retta ai miei sogni di bambina, ci avrei guadagnato in: autostima, portafoglio, spensieratezza;

annuncio la nascita

dell'ennesimo blog!

Che viene al mondo così, in circostanze non proprio rosee. 
Del resto, anche io sono nata negli anni '80.