martedì 7 aprile 2009

terze a nessuno

Lei non distoglie lo sguardo.
Lo pianta nella telecamera e non parla al giovane americano di belle speranze che sta raccontando questo Paese come se raccontasse della peggio tribù di ignoranti.
Parla a tutti, a noi.
La signora ha una quarantina d'anni mal portati e un italiano quasi impeccabile. Un italiano con leggero accento romano e parole semplici e dure, adatte alla persona che è. La signora parla delle sue mani, quasi alle sue mani. "Queste non sono mani delicate - dice la signora. Queste sono mani che hanno lavorato". 
Le mani della signora per lavoro frugano tra i rifiuti nei cassonetti della città, poco più in basso; cercano tra quello che la città più in basso butta via anche se non era necessario buttarlo. 
Le mani della signora trovano quel che non era necessario buttare, lo trasportano fino alla sua città - quella più in alto -, lo ripuliscono, lo rimettono in sesto. Lo vendono nel mercatino della domenica, dove le due città si incontrano.
La signora è arrabbiata. Eppure non inveisce. Sembrerebbe rassegnata, non fosse per quegli occhi fissi dentro l'obbiettivo. La signora non sbaglia le parole, parla spedita, sceglie quelle giuste proprio come le sue mani scelgono gli oggetti che non meritavano di essere buttati.
La signora è anche un po' impaurita. Teme per i figli suoi e dei suoi figli, per la sua gente che abita la città più in alto, per un futuro che non ci sarà mai e perchè, dalla città più in basso, non arrivano segni amichevoli, no di certo.
C'è una guerra in corso da sempre, contro la signora e il suo popolo. I vincitori sono sempre gli stessi, così come i vinti.
Però, a sentire la voce ferma della signora, viene voglia di sperare.

Viene voglia di credere che un giorno il campo di Monte Mario non avrà più motivo di esserci e che coloro che oggi vi sono rinchiusi avranno la possibilità di scegliere.

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